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Come ci si è potuti render conto ancora una volta con la sciagura provocata dall’uragano Katrina, «c’è qualcosa di marcio» nell’economia americana. La prima potenza mondiale ha in effetti potuto mantenere la sua posizione non solo saccheggiando risorse da altri paesi, ma anche dalla propria economia. Tuttavia, questa politica è l’opposto del vero Sistema americano di economia che fu elaborato durante la Rivoluzione americana e applicato spesso, ma non sempre, lungo la storia degli Stati Uniti.

Non è senza ragioni che molti fisici considerano che l’economia non sia una scienza «seria»: si tratta senza dubbio della disciplina dove il divario fra quello che è insegnato sotto questo nome da molti decenni e la scienza autentica è il più marcato. Colmo di ridicolo, il premio Nobel di economia è spesso stato concorde con eminenti professori che avrebbero a pieno trovato il loro posto nell’isola di Laputa dei viaggi di Gulliver. Fra questi professori figurano i responsabili della disfatta del fondo speculativo LTCM nel 1998 che, come si sa oggi, ha rischiato di provocare l’affondamento dell’insieme dell’economia mondiale; vi si troverebbe parimenti colui che ha concepito il sistema di deregolamentazione dell’elettricità in California, da cui lo Stato della costa occidentale non si è mai ripreso.

Malgrado il fatto che si onorano i cantori del monetarismo e si celebra la vittoria del mondo liberista, la realtà economica attuale fa andare in frantumi questa illusione. Ad oggi, sui cinquanta Stati statunitensi, quarantasei sono già praticamente falliti, il deficit del bilancio federale sta esplodendo, la bolla immobiliare è sul punto di scoppiare, le infrastrutture di base sono in uno stato di deterioramento totale e la miseria assume proporzioni allarmanti. Inoltre, se gli Stati Uniti sono potuti sopravvivere fino ad oggi, è praticando una politica imperiale di saccheggio sistematico delle risorse straniere attraverso l’espediente della «globalizzazione» e di istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, ciò che ha reso questi paesi i più disprezzati e i più timorati nel mondo.

Così, liberisti e No Global sostengono uno stesso errato postulato, quello che consiste nel credere che gli Stati Uniti siano una superpotenza economica.

Tuttavia, essi ne sostengono un secondo, anch’esso errato, che consiste nel credere che il libero-scambio costituisca il sistema americano di economia. In effetti, esiste ciò che si chiama il «Sistema americano di economia politica», come ora andremo a mostrare, che ha costantemente difeso una volontaria politica di sviluppo dell’industria e della scienza, opposta alle teorie economiche distruttrici di Adam Smith.

Leibniz: il padre spirituale della rivoluzione americana

Si possono leggere nella Dichiarazione d’indipendenza del 4 luglio 1776, le seguenti righe:«Noi riteniamo che siano per se stesse evidenti le seguenti verità: che tutti gli uomini sono creati uguali; che essi sono dotati dal Creatore di certi inalienabili diritti; che fra questi diritti figurano la vita, la libertà e la ricerca della felicità.»

Per meglio misurare la portata di queste poche righe, bisogna comprendere quale era allora la veduta che l’Impero britannico aveva delle sue colonie. Alla fine del XVII secolo, l’amministrazione delle colonie americane fu conferita fra gli altri a John Locke (1632-1704), che è presentato oggi, a torto, come l’ispiratore delle idee repubblicane. Quest’ultimo stabilisce una vera dittatura economica sopra queste colonie, interdicendo loro dall’avere delle manifatture e dal confezionare dei prodotti finiti. La loro attività doveva essenzialmente limitarsi alla produzione di materie prime (destinate alle manifatture britanniche), nella fattispecie il cotone delle piantagioni del Sud. In questo spirito, egli redisse la Costituzione della colonia della Carolina del Sud, nella quale dichiara che l’obiettivo del governo è di difendere «la vita, la libertà e la proprietà» dei cittadini. Ben inteso, una delle componenti essenziali di questa «proprietà» non era altro che la popolazione di schiavi, una istituzione che Locke trovava completamente compatibile con il suo ideale di «tolleranza». Per Locke, la schiavitù e la nobiltà sono degli stati ereditari; uno schiavo non ha delle proprietà, dunque non è un cittadino.

Si dimentica generalmente che Locke aveva in Europa un accanito nemico – Gottfried Leibniz (1646-1716) – che al contrario pensava che l’economia di uno Stato doveva favorire la creazione d’invenzioni, di macchine e di manifatture, al fine di liberare l’uomo dal lavoro fisico alienante e di dare alla società più pensatori e più capacità. E’ così che egli scrive un Piano di creazione di una società delle Arti e delle Scienze in Germania il cui primo obiettivo è di «produrre abbastanza nutrimento per la nazione al fine […] di migliorare le industrie, di facilitare la sorte della mano d’opera manuale […] attraverso il progresso tecnologico, di rendere sempre ad un prezzo abbordabile le macchine termiche, motore di base dell’ azione meccanica, al fine che tutti possano costantemente sperimentare tutti i tipi di pensieri ed idee innovatrici, proprie a loro stessi e agli altri, senza perdere tempo prezioso». Rifiutando per di più un errore fondamentale di Marx, Leibniz considera che la schiavitù non migliora la produttività: è uno spreco perché la vera ricchezza risiede nelle capacità dei cittadini di inventare. Ne La Società e l’Economia, Leibniz aggiunge:«E perché tanta gente [i lavoratori] dovrebbe essere ridotta a tanta povertà per il bene di così pochi? La Società avrà dunque per scopo puntuale quello di liberare il lavoratore dalla sua miseria.» Nel suo saggio politico Sulla legge naturale, Leibniz spiega che la società più perfetta è quella il cui obiettivo è la felicità suprema e generale.

Se si confronta la Dichiarazione d’indipendenza alla società come Locke la concepiva, ci si rende conto che nella prima, il «perseguimento della felicità» ha preso il posto della «proprietà» della seconda.

Ciò è referente decisivo per comprendere che il vero ispiratore della repubblica non è Locke ma Leibniz. La controversia fra Leibniz e Locke non ha niente del dibattito accademico: si tratta di una lotta bella e buona fra due fazioni politiche inconciliabili. E’ molto istruttivo interessarsi in particolare agli ultimi anni della vita di Leibniz da questo punto vista. Leibniz aveva molta influenza presso alcune corone, fino in Russia dove fu il consigliere di Pietro il Grande.

Verso il 1710, la questione della successione della regina Anna d’Inghilterra si mette in modo critico perché ella non aveva discendenti. Grazie alle ricerche genealogiche di Leibniz, fu allora consentito che la successione andasse alla casa di Hannover. Sofia di Hannover, amica di Leibniz, poteva ancora ritrovarsi regina d’Inghilterra. Una minaccia mortale per l’Impero britannico!

Tuttavia, Sofia era attempata e suo figlio, Giorgio, non era un illuminato e subiva l’influenza dell’oligarchia britannica. L’Impero fece appello ad uno dei servitori, posto a capo della Royal Society, per screditare l’influenza politica di Leibniz. Questo servitore non era altro che Isaac Newton (1642-1727), un discepolo di Locke, che organizzò un imbroglio dimostrando che Leibniz aveva rubato l’invenzione del calcolo differenziale – un calcolo che Newton non padroneggiava affatto! Grazie a Locke, Newton divenne un ricco azionista dell’Impero coloniale. Fu anche posto alla direzione della Zecca per una grande operazione di conio. Il futuro Giorgio I sostenne Newton contro Leibniz e quest’ultimo fu allontanato dalla famiglia reale. La strana morte della regina Anna, seguendo di poco quella di Sofia, lo fece salire al trono. L’Impero era salvo.

Tuttavia, come lo dimostra la sua enorme corrispondenza, Leibniz aveva tessuto una rete d’amicizie attraverso il mondo che sosteneva il medesimo ideale repubblicano. Si trova in questa rete un gran numero di sapienti come Denis Papin, l’inventore di una macchina a vapore che poteva navigare, ma anche dei veri repubblicani come Jonathan Swift, i cui scritti costituiscono degli sferzanti attacchi contro l’Impero britannico. E soprattutto, si trovano fra i corrispondenti di Leibniz dei dirigenti americani come William Penn, John Winthrop Jr., Cotton Mather Jr., ecc. E’ William Penn che fondò la Pennsylvania, la cui capitale – Filadelfia – prese il nome da uno scritto di Leibniz intitolato Società Philadelphica. Dal 1630, gli Winthrop riuscirono a strappare al re d’Inghilterra Carlo I uno Statuto loro permettente di stabilire una colonia relativamente autonoma nel Massachusetts, che fu un vero laboratorio di prova per un governo repubblicano; nei decenni che seguirono, l’Impero non cessò di tentare di rimettere le mani sopra quello Statuto. Quanto a Cotton Mather, egli fu il mentore intellettuale del principale organizzatore della rivoluzione americana – Benjamin Franklin (1706-1790) – un autentico conoscitore di Leibniz.

Nel XVIII secolo, questi uomini erano arrivati alla conclusione che la prima repubblica della storia moderna non potesse essere creata in Europa perché l’oligarchia vi aveva troppa forza. Dunque, essendo questa oligarchia molto occupata a farsi la guerra da sola (in particolare la Francia contro l’Inghilterra), essi decisero di cominciare con l’America. L’interdizione fatta agli Americani di avere delle manifatture li convinse finalmente della necessità della rivoluzione. Questa rivoluzione fu un compromesso che riuniva più tendenze molto differenti, ciò che spiega perché gli Stati del Sud poterono mantenere la schiavitù durante ancora un secolo. Ciononostante, grazie a Benjamin Franklin che si può considerare come l’ispiratore della Dichiarazione d’indipendenza anche se essa fu formalmente redatta da Jefferson, il testo fondante degli Stati Uniti contiene il germe della società industriale e l’abolizione della schiavitù.

Alexander Hamilton e la prima Banca nazionale

Alexander Hamilton (1755-1804) fu l’aiuto di campo di George Washington (1732-1799) durante la guerra d’Indipendenza e il primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti, dal 1789 al 1794. Sotto l’impulso di Benjamin Franklin, egli mise in opera il sistema economico preconizzato da Leibniz.

E’ notoriamente lui che crea la prima Banca Nazionale degli Stati Uniti. Per opposizione al sistema delle banche centrali private, il sistema della Banca Nazionale dà allo Stato la capacità unica di emettere del credito e, di conseguenza, di dirigere questo credito verso un’attività necessaria all’interesse generale. Questo sistema non si oppone all’esistenza di banche private (esso si basa su queste ultime) ma inquadra la loro attività e limita il loro potere politico. Hamilton sapeva che il denaro non è che il mezzo per organizzare la produzione e il commercio. In un sistema dove l’emissione del credito è controllata dagli interessi strettamente privati, il denaro diventa esso stesso un oggetto di commercio; è d’altra parte ciò che avviene oggi dall’adozione dei tassi di cambio fluttuanti nel 1971. Il sistema delle banche centrali private è dunque intrinsecamente speculativo e distruttivo. Per uscire dalla crisi economica attuale, una delle prime misure che il Presidente americano dovrebbe prendere d’urgenza sarebbe precisamente la nazionalizzazione della Federal Reserve, l’attuale banca centrale americana, riferendosi alle concezioni di Hamilton.

Tuttavia, il più fondamentale aspetto dell’opera di Hamilton risiede nel suo lavoro d’educazione faccia a faccia col cittadino e con i suoi pari. A questo fine, egli redisse un certo numero di rapporti presentati al Congresso – Rapporto sul credito pubblico (1790), Rapporto sulla Banca nazionale (1790), Rapporto sul settore delle manifatture (1791), – destinati a presentare le sue concezioni economiche e a confutare quelle dell’Impero britannico.

Bisogna precisare che un impero non può estendere la sua dominazione in modo durevole accontentandosi di imporre la sua forza militare e di polizia. Esso dura perché dispone dei mezzi di propaganda volti a controllare lo spirito dei suoi sudditi. L’anno stesso della Dichiarazione d’indipendenza, nel 1776, un impiegato della Compagnia britannica delle Indie orientali, chiamato Adam Smith (1723-1790) scrisse la sua Ricchezza delle Nazioni, un attacco esplicito contro le volontà della repubblica americana nascente di dotarsi di manifatture e di mezzi di sviluppo. In questa opera, Smith raccomanda agli Stati di non intervenire nella vita economica e di lasciare giocare le leggi della concorrenza – la «mano invisibile» dei mercati -, non ignorando che le manifatture americane non avrebbero potuto, già dal loro avvio, fare concorrenza ai prodotti finiti dell’Inghilterra. Adottando un tale sistema, gli Stati Uniti non avrebbero avuto che la sola risorsa di produrre delle materie prime e lasciare la forza manifatturiera all’Impero britannico. Si trattava dunque per Smith di proporre all’America di restare in stato di dipendenza economica simile a quella che già conosceva prima della guerra; in altri termini, mantenere il colonialismo sotto un’apparenza repubblicana. A partire dal fatto che essa era la sola a controllare il potere tecnologico e che impediva al resto del mondo di avervi accesso, l’Inghilterra non rischiava di dipendere dalle materie prime americane poiché essa possedeva delle altre colonie nel mondo che potevano adempiere la stessa mansione.

Conviene qui sottolineare il legame di stretta parentela che esiste fra la dottrina economica di Smith e la fisica di Newton e degli empiristi, cioè dei nemici di Leibniz.

Per Smith, l’economia di una società umana si riduce alla somma algebrica degli interessi particolari contrari che vi si fanno concorrenza. Smith considera che la migliore qualità dell’essere umano, è il suo egoismo e non la sua capacità di collaborare con i suoi simili in un progetto comune. Tuttavia, la somma di questi egoismi crea un più grande bene per tutti. Perché? Perché grazie alla «mano invisibile», il mercato si autoregolamenta. Questo è tutto. Nessuno può spiegare cosa è questa divinità misteriosa, bisogna accontentarsi di crederci. Pure lo spazio fisico di Newton è arbitrario. E’ composto di un grande vuoto nel quale delle particelle elementari passano il loro tempo a urtarsi, attirarsi e respingersi. L’universo è costituito dalla somma di queste particelle. Non vi è armonia d’insieme, solo la legge di gravitazione universale governa il comportamento di ogni entità di fronte ai suoi immediati vicini. Come può questo disordine iniziale creare delle strutture organizzate, della vita, dell’intelligenza? Di fronte a questa domanda indiscreta, Newton fa intervenire una divinità: il Grande Orologiaio che viene regolarmente a governare il mondo. Con ancor minor rigore intellettuale, i newtoniani attuali della fisica fanno intervenire il «dio caso» e spazzano il problema di un palmo di mano aggiungendo che, in ogni modo, il mondo va verso una morte calda o una morte fredda e che l’esistenza dell’uomo non è che un accidente statistico. Al caso dei fisici corrisponde dunque la mano invisibile degli economisti. Nei due casi, è richiesto all’individuo d’avere fede in alcuni assiomi arbitrari, e di non cercare troppo di intervenire negli affari del mondo.

Puntando su un’attitudine diametralmente opposta, Hamilton chiede nel suo Rapporto sul settore delle manifatture, che lo Stato metta in opera tutte le misure che consentano di favorire la capacità produttrice della società. Ciò implica, ben inteso, di favorire per un insieme di vantaggi e di premi la creazione di manifatture e l’utilizzo di nuove macchine, di promuovere l’immigrazione di mano d’opera straniera, di tassare l’importazione dei prodotti finiti stranieri, d’interdire l’esportazione di materie prime, di favorire le invenzioni e di costruire una rete nazionale di infrastrutture di trasporto. Tutti questi propositi sono fondamentalmente opposti al sistema di Adam Smith e dei suoi eredi di oggi.

Si possono dunque considerare i rapporti di Hamilton come una vera dichiarazione d’indipendenza economica degli Stati Uniti, cioè i riferimenti per quello che si chiama il «Sistema americano di economia politica»: essi rappresentano un rifiuto chiaro e sistematico dei dogmi di Adam Smith sul libero scambio. Sfortunatamente, non tutte le raccomandazioni di Hamilton hanno avuto seguito: il Rapporto sul settore delle manifatture non fu adottato dal Congresso. Tuttavia, le idee che esso contiene furono pienamente riprese dagli economisti americani che, al seguito di Hamilton, hanno sviluppato gli Stati Uniti nel corso del XIX secolo.

Alexander Hamilton e il Rapporto sulla banca nazionale

«Il Segretario riporta rispettosamente:

[…] Che una banca nazionale è uno strumento di prima importanza in vista di una amministrazione prospera delle finanze e sarebbe della più grande utilità per le attività collegate alla promozione del credito pubblico […]

Ecco qualcuno dei principali vantaggi di una tale banca:

L’aumento del capitale attivo o produttivo di un paese.

L’oro e l’argento, se sono utilizzati semplicemente come strumento di scambio e di vendita, sono stati denominati non senza ragione capitale morto [improduttivo, NdR]; ma se sono depositati in una banca, per divenire la base della circolazione della carta [moneta fiduciaria o scritturale, NdR], che assume il loro carattere e posto come referente o rappresentante del valore, allora acquisiscono vita o, in altri termini, una qualità attiva e produttrice […] va da sé, per esempio, che una moneta detenuta nel proprio forziere da un mercante che aspetta un’opportunità per impiegarla, non produce niente fino a quando l’opportunità non si presenta. Ma, se in luogo di nascondere il suo denaro in questo modo, egli lo deposita in banca o lo investe nel capitale di una banca, egli crea un profitto nel frattempo […]. Il suo denaro così depositato o investito costituisce un fondo, sulla base del quale egli stesso o altri possono prestare delle quantità ben più elevate. E’ un fatto riconosciuto che le banche possono fare circolare una somma superiore alla quantità che esse detengono effettivamente in oro o in argento […].

Una delle proprietà delle banche è di accrescere il capitale attivo del paese […], il denar di un individuo, se depositato in sicurezza in banca o investito in azioni, è in grado di soddisfare i bisogni degli altri, senza pertanto essere sottratto al suo proprietario […]. Questo genera un profitto supplementare, venendo da ciò che è pagato da altri per l’uso del suo denaro, allora che egli stesso non è in grado di farne uso; la moneta è così in uno stato d’incessante attività.

[…] La facoltà della banca di prestare e di fare circolare una somma superiore al montante del suo attivo in pezzi metallici genera, al servizio del commercio e dell’industria, un aumento netto del capitale. Gli acquisti e le costituzioni d’impresa possono in generale essere realizzati da una somma data in deposito o a credito ,così efficacemente come con una equivalente somma di argento e oro. Così, contribuendo a finanziare la massa delle imprese industriali e commerciali, le banche divengono le nutrici della ricchezza nazionale […].

Ma che cosa è la ricchezza?

[…] La ricchezza intrinseca di una nazione non si misura attraverso l’abbondanza del metallo prezioso che essa cela, ma dalla quantità e dalle produzioni del suo lavoro e della sua industria […]. E’ certo che lo stimolo dall’industria ad aiutare un sistema di credito adatto e ben regolato, è anche di compensare, ed oltre, la perdita di una parte di oro e di argento di una nazione […]. Una nazione che non ha delle miniere nel suo suolo deve ottenere il metallo prezioso da altri, generalmente in cambio dei prodotti del suo lavoro e della sua industria. La quantità che essa possederà sarà in principio determinata dal saldo, favorevole o sfavorevole, della sua bilancia commerciale; cioè secondo la proporzione fra la sua capacità di rispondere alla domanda straniera ed il suo bisogno di prodotti stranieri, ossia la differenza fra la somma delle sue importazioni e la somma delle sue esportazioni. Così, lo stato dell’agricoltura e delle sue manifatture, la quantità e la qualità della mano d’opera e dell’industria devono influenzare e determinare l’accrescimento o la riduzione della scorta di oro e di argento.

Se tutto ciò è vero […], delle banche ben costituite […] aumentano in modi differenti il capitale attivo del paese. E’ precisamente questo che genera l’impiego, che anima e accresce il lavoro e l’industria. Tutta crescita che contribuisce a mettere in opera una più grande quantità dei due, tende a creare una più grande quantità dei prodotti dei due: e, fornendo più beni per l’esportazione, conduce a una bilancia commerciale più favorevole e in conseguenza all’introduzione di oro ed argento.

Perché una banca nazionale?

[Hamilton dà molte ragioni per le quali delle banche private esistenti non possano giocare il ruolo di banca nazionale e perché una nuova banca deve essere creata.]

L’ultima ragione […] è la necessità di proteggersi dall’influenza straniera che potrebbe infiltrarsi nella dirigenza di una banca. Una ragionevole prudenza impedisce a tutte le persone che non siano cittadini degli Stati Uniti di diventare il governatore della Banca nazionale, o che degli stranieri non residenti possano influenzare la designazione del governatore attraverso il voto dei propri rappresentanti […].

Si deve considerare che una tale banca non è di competenza della proprietà privata, è una macchina politica della più alta importanza per lo Stato.»

Il nemico interno

Per meglio comprendere la società americana di oggi, bisogna comprendere che, dagli inizi, l’ideale repubblicano che anima le concezioni economiche di Hamilton è stato violentemente combattuto dall’interno da una fazione i cui membri avevano pienamente adottato i costumi oligarchici dell’Impero britannico, per non dire che erano decisamente dei traditori.

Che essi posseggano delle piantagioni e degli schiavi nel Sud o che essi controllino la potenza finanziaria dell’establishment bancario privato della Costa dell’Est, questi oligarchi hanno un punto comune: essi sono tutti nemici del progresso scientifico e dello sviluppo industriale. Anche se certe di queste famiglie dirigono degli imperi industriali, il loro obiettivo non è lo sviluppo dell’industria in quanto tale ma l’utilizzo di quello per imporre il loro potere politico e finanziario (essi cercheranno, per esempio, di controllare un certo tipo d’industria opponendosi alle innovazioni che minaccerebbero questo controllo). L’idea che uno Stato sia al servizio di un progetto di sviluppo e metta in opera a questo fine degli strumenti come quelli di una banca nazionale, delle barriere protezionistiche o che egli organizzi la creazione d’infrastrutture, è loro semplicemente insopportabile.

Fra coloro che intrapresero un sabotaggio sistematico dell’opera di Hamilton, due meritano qui di essere segnalati. Il primo, Aaron Burr (1756-1836), fu denunciato da Hamilton per aver tentato di organizzare un colpo di Stato. Ciò gli costò la presidenza degli Stati Uniti che egli bramò nel 1800, ma egli divenne ugualmente vice-presidente del Presidente Jefferson fino all’11 luglio 1804, data nella quale egli uccise Hamilton nel corso di un duello. Esiliato, egli tenta di organizzare una secessione degli Stati del Nord – in altri termini, una dissoluzione degli Stati Uniti a più grande beneficio dell’Impero britannico. Graziato, egli torna a New York dove fonda la Banca di Manhattan, chiamata più tardi Chase Manhattan Bank. A cominciare da questa banca, egli specula ed organizza il traffico d’oppio in collaborazione con delle onorevoli istituzioni britanniche che lanciano due guerre dell’oppio in Cina .

Mentre Burr sopprimeva fisicamente Hamilton, Albert Gallatin (1761-1849) tentò di distruggere la sua opera economica. Gallatin fu segretario al Tesoro durante un lunghissimo periodo, dal 1801 al 1816, sotto le presidenze di Jefferson e di Madison. Egli è riconosciuto oggi come un punto di riferimento per molti economisti come Milton Friedman, perché la sua principale ossessione era di tagliare la spesa per ridurre il debito pubblico.

Allora la giovane repubblica doveva mobilitare le sue risorse per costruire una marina da guerra e proteggere il suo commercio di fronte a una minaccia contro la sua sicurezza nazionale. In effetti, la guerra d’Indipendenza era archiviata ma, sotto pretesto di guerra contro la Francia, l’Inghilterra attaccava sistematicamente i vascelli americani per appropriarsi del carico e arruolanre coattivamente l’equipaggio. La Francia finì per imitare l’esempio inglese. Hamilton sapeva che il problema del debito poteva attendere e sarebbe stato risolto con la creazione di ricchezze future ottenute aiutando le manifatture. Tuttavia, Gallatin considerava al contrario che bisognava prima di tutto «essere credibili» sul piano commerciale, cioè pagare il debito pubblico lasciato e praticare una politica di austerità che impediva all’America di difendersi. Gallatin riuscì a convincere Jefferson che l’Inghilterra avrebbe lasciato gli Stati Uniti relativamente tranquilli, se questi ultimi non la «provocavano» armandosi e se rispettavano le regole del gioco economico … britanniche. Gallatin finì la sua carriera alla National Bank of New York, da dove egli è divenuto uno dei capi fila fra i difensori del libero-scambio negli Stati Uniti. Egli ha anche contribuito a distruggere dall’interno il sistema della banca nazionale di Hamilton.

Il partito Whig e Friedrich List conducono la battaglia contro il libero-scambio

Di fronte al pericolo che le politiche economiche di Gallatin rappresentavano per l’esistenza stessa degli Stati Uniti, dei vecchi membri del «movimento giovanile» di Franklin, come l’economista Mathew Carey (1760-1839), il futuro presidente John Quincy Adams (1767-1848) e il futuro ministro degli Affari esteri Henry Clay (1777-1852), organizzarono la resistenza creando il Partito Whig. Essi forzarono letteralmente il presidente Madison a dichiarare la seconda guerra d’indipendenza dal 1812 al 1815 contro l’Inghilterra – una guerra che fu vinta grazie ad una mobilitazione economica che essi notoriamente organizzarono intorno alla costruzione di una flotta.

Essi ristabilirono anche delle barriere protezionistiche, lanciarono dei lavori infrastrutturali e attaccarono le dottrine del libero scambio di Adam Smith e dei suoi successori, Jean-Baptiste Say (1767-1832), David Ricardo (1772-1823) e Thomas Malthus (1766-1834). Ma un uomo ha giocato un ruolo capitale per aiutare il Partito Whig in questa impresa; si tratta dell’economista tedesco-americano Friedrich List (1789-1846). Quest’ultimo si è forse opposto più esplicitamente di Hamilton stesso al libero scambio. In Germania, List è il padre dello Zollverein, cioè l’unione doganale che ha gettato le basi dell’unità politica tedesca. Egli concepiva questa unione doganale come qualcosa che doveva essere accompagnato dalla creazione di una vasta rete d’infrastrutture, in particolare ferroviarie. Quando egli si trovò negli Stati Uniti dal 1825 al 1832, guidò la stessa battaglia economica fatta in Germania, dimostrandosi così patriota del suo paese e cittadino del mondo.

In una lettera indirizzata a Charles Ingersoll, vice-presidente della Società per la promozione delle manifatture e delle arti meccaniche della Pennsylvania, il 10 luglio 1827, List scrive:«Io limito i miei sforzi al rifiuto completo della teoria di Adam Smith e dei suoi discepoli, i cui errori fondamentali non sono stati compresi tanto chiaramente come dovrebbe essere. E’ questa teoria che fornisce agli oppositori del Sistema americano i mezzi intellettuali della loro opposizione. E’ l’alleanza fra questi pretesi teorici e quelli che credono aver interesse al libero-scambio, che dà una tale apparenza di forza al partito opposto. Vantandosi della loro superiorità immaginaria in materia di scienza e di conoscenza, i discepoli di Smith e di Say trattano ogni difensore del buon senso come un empirista i cui poteri mentali e le realizzazioni intellettuali non sono sufficientemente sviluppate per poter concepire la sublime dottrina dei loro maestri. Io credo che il dovere [della convenzione generale di Harrisburg, 1827] è di picchiare forte, dichiarando erroneo il sistema di Adam Smith e degli altri, dichiarandogli guerra nel nome del Sistema americano, invitando gli intellettuali a rivelare i suoi errori e a preparare dei corsi popolari sul Sistema americano – e infine, facendo in modo che il governo generale [degli Stati Uniti] sostenga lo studio del Sistema americano nei diversi collegi, università e istituzioni accademiche sotto i propri auspici.»

Il suo libro, intitolato Il sistema nazionale di economia politica e concepito essenzialmente a Parigi, circolò in tutto il mondo a partire dal 1841 e fornì le argomentazioni per tutti gli oppositori del libero scambio britannico. In questa opera, List mostra esplicitamente come il sistema di Adam Smith non sia altro che uno strumento per permettere il saccheggio dei paesi sottosviluppati. Esso resta, per questo fatto, di importanza capitale ai giorni nostri.

Più profondamente, List spiega perché il libero-scambio non ha niente di scientifico. Per Adam Smith, la ricchezza delle nazioni è basata sullo scambio di valore organizzato secondo un principio consistente nel «comprare a buon mercato per rivendere caro». Al contrario, List stima che una nazione che non produce che del valore di scambio può sembrare in un certo momento in una buona posizione economica (pensiamo alle economie «emergenti» di oggi in America Latina o nell’Asia del Sud-Est), ma essa non sarà mai sovrana, indipendente e realmente forte al livello industriale. Egli scrive che «la facoltà di produrre la ricchezza è più importante che la ricchezza stessa; essa assicura non solo il progresso e l’aumento di ciò che è stato guadagnato, ma anche la sostituzione di ciò che è stato perduto». Così, la vera fonte del valore è l’istruzione, il progresso culturale, lo sviluppo scientifico:

«Lo stato attuale delle nazioni è il risultato di tutte le scoperte, invenzioni, miglioramenti, perfezionamenti e sforzi di tutte le generazioni che hanno vissuto prima di noi; queste formano il capitale mentale della specie umana di oggi e ogni nazione indipendente non è produttiva che nella misura in cui essa ha saputo come appropriarsi delle conquiste delle antiche generazioni e accrescerle attraverso le proprie conquiste. Il prodotto più importante delle nazioni, sono gli uomini.»

Questa ultima affermazione, tipicamente leibniziana, secondo la quale la ricchezza si trova nella capacità creatrice dell’individuo, è capitale non solo per rifiutare Smith che pone la ricchezza nel beneficio commerciale, ma anche Karl Marx per il quale la ricchezza si trova nel numero di ore di lavoro fisico effettuato dal lavoratore, o il numero di litri di sudore che egli ha traspirato. List mostra che Marx e Smith commettono il medesimo errore: sono dei materialisti, credono nelle nozioni fisse di ricchezza. Non è senza senso dell’umorismo che List rimarca che se si considera il semplice lavoro fisico come la causa della ricchezza, allora sarebbe difficile spiegare perché le nazioni moderne sono incomparabilmente più ricche, più popolose, più forti e più prospere che quelle dei tempi antichi. Proporzionalmente, queste ultime impiegano in effetti più ore di lavoro per abitante .

Friedrich List e il Sistema nazionale di economia politica

Secondo i liberoscambisti britannici, tutte le forme di protezionismo messe in opera da un paese per promuovere la crescita del suo settore agroindustriale sarebbero una violazione delle sacrosante leggi della concorrenza. Come List rimarca in modo particolarmente pertinente, l’Inghilterra, che rappresenta nella sua epoca la prima potenza mondiale, non ha mai praticato per sé stessa questa politica di libero-scambio che lei propugna per il resto del mondo. List offre l’esempio del commercio fra l’Inghilterra e le sue colonie:«Se essi [i ministri inglesi] avessero permesso in Inghilterra la libera importazione dei tessuti di cotone e di soia dall’India, le fabbriche inglesi di tessuti di cotone e di soia sarebbero immediatamente affondate. L’India aveva per sè non solo il basso costo della materia prima e della mano d’opera, ma anche una lunga pratica, una abilità tradizionale. Sotto il regime della concorrenza, il vantaggio gli era assicurato; ma l’Inghilterra non voleva fondare degli stabilimenti in Asia, per cadere sotto il giogo manifatturiero. Essa aspirava al dominio commerciale e comprendeva che, di due paesi che trafficano liberamente fra di loro, colui che vende dei prodotti manufatti domina, mentre colui che non può offrire che dei prodotti agricoli, obbedisce. Già a riguardo delle sue colonie d’America del Nord, l’Inghilterra non consentiva di lasciarvi fabbricare un chiodo, ancor meno di lasciar entrare in Inghilterra un chiodo che fosse stato fabbricato in queste colonie.»

L’Inghilterra «non voleva consumare un filo dell’India, ripugnava questi prodotti così belli e a buon mercato, preferiva servirsi dei tessuti cattivi e cari che aveva fabbricato da sé; vendeva a basso prezzo ai paesi del continente le stoffe ben superiori dell’Oriente; lasciava loro tutto il vantaggio di questo buon mercato; per sè stessa, non ne voleva. In questo, l’Inghilterra ha agito follemente? Sì, secondo Adam Smith e J.B. Say, secondo la teoria del valore. Perché in virtù di questa teoria, dovendo comprare delle mercanzie che le erano necessarie laddove li trovava a miglior mercato e di migliore qualità, essa senza senso li fabbricava lei stessa più costosamente che non avendo potuto acquistarli, facendo, per così dire, un regalo al continente.»

List mostra con perfetta lucidità che l’arretratezza economica imposta alle colonie è la vera causa della guerra d’indipendenza: «Le colonie dell’America del Nord furono tenute dalla metropoli, sotto il profilo delle arti industriali, in un completo asservimento, in quanto Londra, oltre la fabbricazione domestica e i mestieri abituali, non vi tollerava nessuno spazio per le fabbriche. Nel 1750, una fabbrica di cappelli stabilita nel Massachusetts provocò l’attenzione e la gelosia del Parlamento, che dichiarò tutte le fabbriche coloniali pregiudizievoli al paese [sorgenti inquinanti comuni], senza eccettuare le fucine, in una contrada che possedeva in abbondanza tutti gli elementi per la fabbricazione del ferro. […] Il monopolio dell’industria manifatturiera per la madre patria è una delle principali cause della rivoluzione americana; la tassa sul tè non fece che provocare l’esplosione.»

La marcia verso la guerra di Secessione

Il Partito Whig, aiutato da List, riuscì a fare degli Stati Uniti una potenza industriale, ma questa spinta decisiva fu stata di breve durata. Nel 1833, Andrew Jackson, l’eroe della seconda guerra d’indipendenza, divenne Presidente degli Stati Uniti dopo John Quincy Adams. Ufficialmente, Jackson pretendeva di sostenere il Sistema americano; nei fatti, egli tradì questo sistema e ingaggiò un braccio di ferro col Partito Whig, diretto dopo il Congresso da Henry Clay. Seguendo l’opera distruttrice di Albert Gallatin, Jackson ritiratò i fondi di dotazione della Banca Nazionale, privando il governo del principale strumento di politica economica che aveva voluto Hamilton.

Lasciando così la politica del credito nelle mani dei banchieri privati della Costa dell’Est (e dei loro soci britannici) ostili dall’inizio allo sviluppo, l’attività manifatturiera – il polmone dell’economia – si trovò asfissiato.

Ciò impedì l’emergere di un settore industriale negli Stati del Sud, non essendo gli imprenditori locali in grado d’ottenere il credito necessario per le loro attività. Sostenuti dall’Inghilterra di lord Palmerston, con la quale essi erano in relazioni commerciali, i coltivatori di cotone del Sud minacciarono allora di fare la secessione se non venisse adottato il sistema di libero scambio. Per evitare la dissoluzione della nazione, Clay fu dunque forzato ad accettare nel 1833 un compromesso che ha pose fine al sistema protezionistico. E’importante sottolineare qui che i banchieri di Boston e gli schiavisti del Sud avevano in comune i buoni rapporti con l’Impero britannico e la difesa del libero-scambio. Queste misure imposte da Jackson furono piene di conseguenze. Nel 1837, gli Stati Uniti si trovavano in depressione economica e conobbero delle carestie.

L’arresto dello sviluppo industriale del Sud diede nuovamente impulso al commercio del cotone e, allo stesso modo, alle pratiche della schiavitù che avevano cominciato a sparire. La questione della schiavitù fu utilizzata per gettare dell’olio sul fuoco. Franklin, Hamilton, John Quincy Adams, e dopo di loro Lincoln e Henry Carey, si erano esplicitamente opposti alla schiavitù. Come ciò dovrebbe essere chiaro da quanto precedentemente esposto, uno degli aspetti fondamentali della loro battaglia fu quello di creare deliberatamente le condizioni economiche che approdassero alla abolizione della schiavitù evitando una guerra civile che avrebbe indebolito la repubblica e l’avrebbe messa alla mercé dell’Impero. Quando i banchieri di Boston si opposero a questa politica economica, è particolarmente importante precisare che allo stesso tempo sostennero il movimento abolizionista violento. Il celebre abolizionista radicale William Lloyd Garrison, per esempio, era un direttore della banca di Albert Gallatin. Harriet Beecher Stowe, l’autrice de La capanna dello zio Tom, un’altra figura del movimento abolizionista radicale, era ugualmente legata agli stessi interessi finanziari. Questi abolizionisti radicali sostennero le azioni sanguinarie di John Brown, che si fregiò dei massacri di civili negli Stati del Sud e d’altre azioni spettacolari per «opporsi alla schiavitù». Naturalmente, ben lontano dal giovare alla causa dell’abolizionismo, tutto ciò non fece che terrorizzare la popolazione e facilitare lo scoppio della guerra civile. Questo movimento, lo si avrà compreso, fu suscitato per sabotare gli sforzi dei veri abolizionisti come Lincoln o Henry Carey .

Parallelamente a ciò, i banchieri presero il controllo del Partito democratico americano, con il quale essi diressero la politica americana fino alla guerra di Secessione quasi senza interruzione, con i presidenti Jackson (1829 e 1833), Van Buren (1837), Polk (1845), Pierce (1853) e Buchanan (1857). Tutti questi uomini proseguirono l’impresa di distruzione economica di Gallatin. In questo intervallo, furono eletti due presidenti Whig opposti al libero scambio: William Henry Harrison (1841) e Zachary Taylor (1849), ma tutti e due morirono poco dopo la loro elezione in circostanze sconcertanti.

Lincoln applica il programma economico di Henry Carey

Quando Abraham Lincoln (1809-1865), un erede dichiarato di Henry Clay, arriva alla Presidenza all’inizio del 1861, la situazione degli Stati Uniti è dunque praticamente disperata.

Sul piano economico, le politiche di Jackson e dei suoi successori hanno rovinato il paese. La popolazione americana è demoralizzata e corrotta. Sul piano strategico, due forze apparentemente antagoniste perseguono il medesimo scopo di fare saltare gli Stati Uniti come repubblica sovrana: al Nord, i banchieri e, al Sud, i coltivatori di cotone. Queste due forze sono sostenute simultaneamente dall’Impero britannico attraverso delle istituzioni bancarie come Rothschild e Baring. E’ dunque impropriamente che si qualifica la guerra di Secessione come «guerra civile».

Sarebbe più esatto dire che, dalla Rivoluzione americana, la guerra irregolare condotta dall’Inghilterra (aiutata di volta in volta dalla Francia) contro il Sistema americano non è mai cessata. La guerra di Secessione è dunque una guerra internazionale non dichiarata.

Quando il conflitto scoppia, il governo ha un bisogno urgente di finanziamenti ma i Britannici organizzano contro di esso un boicottaggio del credito sul piano internazionale. L’amministrazione Lincoln si rivolge allora verso la New York Associated Banks e negozia un prestito di 150 milioni di dollari in oro. Su un falso pretesto, il direttore dell’Associated Banks che non è altro che James Gallatin, il figlio di Albert Gallatin, sospende il finanziamento al governo federale il 28 dicembre 1861. Ciò provoca una reazione a catena di mancati pagamenti che culmina con la sospensione, attraverso il Tesoro, del pagamento in oro di tutte le obbligazioni governative – nazionali ed internazionali – che ha per effetto di fare uscire gli Stati Uniti dal sistema dello standard aureo internazionale. In altri termini, il governo americano è fallito.

Agendo di concerto con i loro associati britannici, i banchieri di New York fanno pressione su Lincoln perché egli abbandoni la sovranità economica nazionale. Nel gennaio 1862, James Gallatin presenta al Tesoro l’ultimatum delle banche che si riassume in quattro punti:

o pagare lo sforzo di guerra attraverso un aumento massiccio di imposte dirette sulla popolazione;

o depositare tutto l’oro del governo nelle banche private di New York e dare a queste banche il monopolio sul commercio del debito governativo, che si presenta essenzialmente sotto forma di obbligazioni che i banchieri vogliono vendere sul mercato londinese;

o sospendere le leggi permettenti al governo di regolare l’attività delle banche;

o sopprimere tutta l’emissione di carta-moneta del governo, di modo che solo l’oro e i biglietti emessi dalle banche private possano circolare come moneta.

Tutte le rassomiglianze con le misure imposte attualmente dal Fondo Monetario Internazionale non sarebbero una coincidenza fortuita …

Accettare tali condizioni sarebbe significato firmare la morte degli Stati Uniti come nazione sovrana; Lincoln le rigettò. Al loro posto, egli mise in opera tutta una serie di misure economiche rivoluzionarie ispirate direttamente dal Sistema americano, che salvarono la nazione. In particolare, egli utilizzò i poteri sovrani dello Stato per fare emettere oltre 400 milioni di dollari sotto forma di carta-moneta (questi biglietti portavano il nome di «greenbacks») e il Tesoro americano vendette per 1,3 milioni di dollari obbligazioni governative 5:20 (riscattabili in 5 anni e con scadenza a 20 anni), non a dei banchieri stranieri ma direttamente alla popolazione americana. Il padre intellettuale dell’insieme del programma economico di Lincoln non è altro che l’economista Henry Carey (1793-1879), il figlio di Mathew Carey.

Alla richiesta di Lincoln, il Congresso votò in urgenza la legge autorizzante l’emissione dei greenbacks da parte del Tesoro – il Legal Tender Act. Tuttavia, gli alleati di Lincoln e Carey al Congresso non poterono impedire che fosse associato a questa legge un emendamento che fu carico di conseguenze in seguito. Secondo questo emendamento, da una parte, il corso legale dei greenbacks sarebbe stato limitato nel tempo; dall’altra parte, i greenbacks non sarebbero stati convertibili in oro; in particolare, essi non sarebbero potuti essere utilizzati per pagare gli interessi delle obbligazioni di guerra, anche se queste ultime fossero state acquistate in greenbacks.

Nondimeno, questo «denaro del popolo», come Carey lo chiamava, circolò e fu utilizzato su scala locale per finanziare gli agricoltori, le imprese e le manifatture. Il suo utilizzo, combinato con le altre politiche generatrici di credito da parte del governo di Lincoln, lanciò una delle più grandi espansioni industriali di tutta la storia dell’umanità. Fra le misure adottate dall’amministrazione Lincoln figurano le seguenti: tasse protezionistiche in favore dell’industria americana, emissione di moneta (greenbacks), un sistema di Banca Nazionale, creazione di un’Accademia Nazionale delle Scienze, creazione del Dipartimento dell’Agricoltura, costruzione della ferrovia Transcontinental, creazione della rete telegrafica, ecc. Tutte queste misure suggerite a suo tempo da Hamilton e List fecero degli Stati Uniti la prima potenza industriale del mondo. Mettendo in atto l’opera universale iniziata due secoli prima da Leibniz e i suoi soci, le politiche di Carey fecero molti emuli nel mondo, dalla Prussia alla Russia fino alla Cina e al Giappone passando per l’America Latina. In Italia, la svolta protezionistica del 1887 che diede il via all’ascesa industriale nazionale fu guidata dall’azione di un ammiratore e studioso di Carey, l’industriale e senatore vicentino Alessandro Rossi. Questa politica americana di sviluppo mirò a sradicare definitivamente il potere mondiale dell’Impero britannico.

Per meglio comprendere a quale punto il Sistema americano rappresentasse una minaccia per Londra, conviene qui dare qualche precisazione concernente il sistema britannico dello standard aureo (o campione aureo). Nel XIX secolo, i lingotti d’oro erano ancora riconosciuti come la sola forma legittima di ricchezza. Nel 1821, il governo britannico impose su piano internazionale lo standard aureo, con la lira sterlina come moneta di riferimento mondiale (lo stesso ruolo che gioca il dollaro oggi). Nel 1844, una legge votata al Parlamento britannico – le Peel Act – fissò il prezzo internazionale dell’oro a 3 libbre, 17 scellini e 9 pences per oncia. Sotto lo standard aureo internazionale, tutto il debito pubblico e privato come tutte le obbligazioni finanziarie, compresa la carta-moneta, erano riscattabili in contanti (cioè, nel linguaggio dell’epoca, in pezzi d’oro) alla richiesta. Nel corso del XIX secolo, la City di Londra ha potuto, attraverso questo sistema, controllare l’insieme degli affari monetari del mondo intero. Essa dominava direttamente la fornitura d’oro: nel 1873, le banche di Londra detenevano 120 milioni di libbre d’oro, contro i 40 milioni di quelle di New York, mentre le banche francesi e tedesche ne detenevano rispettivamente 13 e 8 milioni.

Dal 1840 al 1850, le principali banche di Londra erano i «prestatori di ultima istanza» per le grandi imprese e i governi. Gran parte dei debiti stranieri dei governi erano così detenuti da Londra. Attraverso il suo controllo su questo debito e la sua posizione dominante sul mercato dell’oro, Londra era dunque in grado di lanciare delle guerre economiche e finanziarie contro i suoi nemici, e in particolare gli Stati Uniti. E’ precisamente ciò che le banche di New York alleate dei Britannici tentarono di fare nel 1861, interrompendo i loro versamenti al governo americano in modo che esso rinunciasse alla sovranità economica.

I greenbacks furono dunque non solo una misura d’urgenza per poter finanziare lo sforzo di guerra e salvare la nazione ma, più importante ancora, sfidarono il sistema dello standard aureo minacciando così direttamente l’Impero britannico. In effetti, con lo standard aureo, la quantità di moneta che circola è essenzialmente limitata dalla quantità di oro detenuta dalle banche chefunge da contropartita. Di conseguenza, il credito alle imprese è esso stesso limitato e lo sviluppo della nazione anche. Come Hamilton e Carey avevano perfettamente compreso, è possibile accrescere la massa monetaria in circolazione senza produrre inflazione: la contropartita di questa moneta non è più una quantità fissa di oro ma una anticipazione di ricchezze fisiche prodotte nell’avvenire dalle manifatture che beneficiano della facilitazione del credito. Questo sistema dinamico non funziona che nella misura in cui il governo, rappresentando il bene pubblico (il «general welfare» secondo i termini della Costituzione americana), orienta i crediti così generati verso una produzione che esso giudica utile per rispondere ai bisogni della società, e non verso delle attività speculative.

Il dopo Lincoln

Abraham Lincoln viene assassinato il 14 aprile 1865, nel momento in cui la guerra di Secessione termina. La guerra fra la Repubblica americana e l’Impero prosegue allora sotto nuove forme. Il democratico Andrew Johnson, vice-presidente di Lincoln, prende il suo posto e si oppone all’uguaglianza di diritti fra i Neri e i Bianchi. Egli nella fattispecie prova, invano, d’impedire al Congresso di votare il 14esimo emendamento della Costituzione interdicendo ogni limitazione dei diritti dei cittadini [bianchi]. Al Congresso, gli amici di Carey lanciano contro di lui una procedura d’impeachment (destituzione) per tradimento, alla quale egli non scappa che per un voto di maggioranza nel 1868. Nondimeno, qualche mese più tardi, la presidenza va a Ulysses Grant, del Partito repubblicano (il partito di Lincoln), l’eroe della guerra di Secessione. Sfortunatamente, Grant è influenzabile e la sua politica economica si rivela disastrosa. Henry Carey si ritrova dunque il capo del partito del Sistema americano.

L’offensiva economica dell’Impero comincia alla morte di Lincoln. Nel numero di aprile della rivista North American Review, Simone Newcomb, il capo dell’Associazione della scienza sociale di Boston, pubblica un articolo intitolato «Esame della nostra politica economica». In questo articolo, egli chiede che la nazione ritorni a dei «principi economici sani»; egli richiama a una «contrazione della moneta», cioè ristabilire senza dilazione la convertibilità aurea, abbandonare i greenbacks e mettere un termine al protezionismo. Un tradimento totale della rivoluzione di Lincoln! Qualche giorno più tardi, il segretario di Stato al Tesoro, Hugh McCulloch, membro della stessa associazione, lancia sul Chicago Tribune un attacco violento e personale contro Henry Carey, facendo l’eco alle esigenze politiche formulate nell’articolo di Newcomb. Nel dicembre 1865, McCulloch chiede, nel suo Primo rapporto annuale, l’autorizzazione a ritirare immediatamente i greenbacks dalla circolazione. Il 18 dicembre, la Camera dei rappresentanti decide con 144 voti contro 6 di cooperare con il Tesoro nella sua impresa di contrazione della moneta. Allora nel suo discorso inaugurale, Andrew Johnson annuncia senza ambiguità: «[…] Il libero scambio con tutti i mercati del mondo è la vera teoria di governo.»

L’ampiezza degli sforzi personali intrapresi da Carey per impedire questa politica è considerevole. Fra il gennaio 1866 e il marzo 1869 (data dell’insediamento di Grant), egli scrive migliaia di pagine sotto forma di articoli, di lettere aperte, di lavori teorici che sono pubblicati in milioni di esemplari in tutti gli Stati dell’Unione. Questi testi permettono di organizzare una resistenza nazionale e di frenare la distruzione del Sistema economico americano, salvando così l’impulso industriale dato durante la guerra. Fra questi testi figura una serie di lettere pubblicate in più della metà dei giornali americani. Nella quarta di queste lettere, Carey mostra che la contrazione monetaria sarebbe stata il tradimento del bene pubblico (general welfare), una nozione fondamentale della Costituzione americana che si trova al centro della politica di Lincoln. Nella settima lettera, Carey espone senza ambiguità la questione strategica sottostante a questo dibattito economico sulla contrazione:«La questione, mio caro Signore, sulla quale voi dovete pronunciarvi è, a mio avviso, la più importante che sia mai stata sottoposta ad un solo individuo. Noi veniamo dalla fine di una piccola difficoltà interna [la guerra civile]; lasciando fino ad oggi in sospeso la grande questione di sapere se il mondo dovrà essere, in avvenire, sottomesso al sistema britannico antinazionale che ha per obiettivo particolare di permettere ai banchieri e ai mediatori di ridurre in schiavitù i manifattori e gli agricoltori del mondo straniero […]. La contrazione, tramite la quale il prezzo della moneta si è così rapidamente elevato, passa attraverso la prima di queste direzioni e ha per risultato di dare la vittoria all’Inghilterra.»

In conseguenza di questo braccio di ferro tra Carey e McCulloch, il Congresso vota nell’aprile 1866 una legge di compromesso che autorizza il Tesoro a cominciare il ritiro dei greenbacks dalla circolazione, ma che limita questo ritiro a 10 milioni di dollari durante i primi 6 mesi e 4 milioni al mese per i successivi, cioè molto meno di quanto McCulloch aveva richiesto. Nondimeno, questa legislazione costituisce un’inversione di rotta per la nazione, tanto più che il ritiro dei greenbacks è accompagnato da altre misure di una politica generale di contrazione monetaria. In tutto, fra il 1865 e il 1877, la quantità di denaro in circolazione negli Stati Uniti passa da 2,1 miliardi di dollari a 606 milioni, ossia da 58 a 14,6 dollari per abitante, provocando un crollo dei prezzi delle derrate di base. Misurato in termini di paniere di beni (cioè in termini di economia fisica), il debito del paese raddoppia nel corso di questo periodo.

Alla convenzione repubblicana del 1868, Carey e i suoi alleati si ritrovano minoranza e il programma elettorale del Partito repubblicano adotta la politica di McCulloch: il partito di Lincoln ha perduto i suoi capisaldi. Due giorni dopo l’elezione del 3 novembre, Carey scrive una serie di lettere al nuovo presidente Grant intitolate «Avremo la pace?». Egli spiega che il solo modo di superare la crisi politica ed economica alla quale la nazione fa fronte, consiste nel lanciare uno sviluppo economico del Sud, combinato con un proseguimento delle politiche nazionali di sviluppo economico della presidenza Lincoln. Sfortunatamente, l’amministrazione Grant persegue la politica di contrazione e ne segue logicamente una gravissima crisi economica nel 1873. Il 18 settembre 1873, l’istituzione finanziaria Cooke è dichiarata fallita. Cooke, uno dei sostenitori principali della politica economica di Lincoln, affonda in seguito agli attacchi combinati di Wall Street e della City di Londra che fanno emergere la voce della sua insolvibilità. Questi rumori provocano una reazione delle banche britanniche che gli chiedono di restituire il denaro che gli avevano prestato per dei fondi destinati alla costruzione della linea ferroviaria North Pacific. Il fallimento di Cooke scatena la più grave depressione economica della storia del paese a quel tempo. I mercati azionari di New York si fermano per la prima volta della loro storia; in 24 ore, 37 banche e società di mediazione affondano. Quando l’anno 1873 si chiude, più di 5000 imprese commerciali hanno fatto altrettanto. Gli effetti di questa depressione si fanno sentire fino al 1890. Nell’aprile 1874, gli alleati di Carey al Congresso fanno passare una legge che autorizza un aumento dei greenbacks in circolazione, ma Grant vi oppone il veto. Per concludere, la Specie Resumption Act, legge con la quale è deciso il ritorno alla convertibilità in oro, è votata e ratificata nel gennaio 1875. La messa in applicazione di questa legge è tuttavia ritardata fino al 1879, anno della morte di Carey.

Nei decenni successivi si sviluppa una battaglia intensa sulla direzione degli Stati Uniti. Il gruppo di Carey lancia un’offensiva globale contro il sistema del liberismo britannico, i cui sostenitori a Wall Street lavorano per indebolire la potenza americana. Grazie al trampolino costituito dall’Esposizione Universale di Filadelfia del 1876, il Sistema Americano viene esportata nel mondo; Germania, Giappone e Russia sono alcuni dei paesi che adottano la prospettiva americana di crescita tecnologica ed industriale, dando impulso alla possibilità di una nuova alleanza anti-imperiale. Ma questo processo viene interrotto con l’assassinio nel 1901 del presidente William McKinley, un ardente difensore del protezionismo. Il suo successore Theodore Roosevelt inaugura la «relazione speciale» fra gli Stati Uniti e l’Inghilterra e accantona la politica di sviluppo economico globale, a favore di ciò che veniva chiamata la «politica delle cannoniere» o più semplicemente «l’imperialismo americano».

Sul piano economico, l’arrivo al potere di Theodore Roosevelt si traduce in un abbandono radicale del Sistema americano e dei grandi progetti infrastrutturali caratteristici dell’eredità di Lincoln e Carey, per l’adozione del libero-scambio britannico. Theodore Roosevelt adottò una politica di conservazione dello «spazio naturale» nel suo paese, arrestando dei grandi progetti infrastrutturali fra l’Est e l’Ovest degli Stati Uniti e mantenendo il Sud in un stato di arretratezza. Si comprende meglio così perché l’interno degli Stati Uniti è ancora un deserto umano un secolo più tardi.

L’eredità

Dopo la morte di Carey, gli Stati Uniti conoscono una cinquantina d’anni di declino economico e culturale, e il Paese finisce sotto la dominazione di un piccolo gruppo di cartelli finanziari diretti dalla banca JP Morgan. Questi interessi economici applicano una politica di saccheggio economico e di speculazione finanziaria. Essi creano la Federal Reserve sotto la presidenza Wilson, l’antitesi stessa di una Banca nazionale. Essi prendono il controllo delle infrastrutture di base e fanno dell’elettricità un prodotto raro e costoso, ad immagine delle pratiche recenti di Enron in California. Questa politica economica sbocca nella Grande Depressione.

E’ in questo contesto disastroso che Franklin Delano Roosevelt diventa presidente degli Stati Uniti nel 1933. I circoli finanziari non diffidano troppo perché lo credono appartenere alla loro casta. In effetti, membro molto importante del Partito democratico, egli è il cugino di Theodore Roosevelt ed è stato il segretario di Stato alla Marina del Presidente Wilson. Tuttavia essi si sbagliano. Lontano dalla vita pubblica nel 1921 a causa di una crisi di poliomielite, Franklin Roosevelt decide di studiare le opere di un amico del suo bis-bis-nonno, Isaac Roosevelt, centocinquant’anni prima. Questo amico si chiamava Alexander Hamilton. La conclusione che egli trae dai suoi studi è riassunta da Roosevelt stesso, nel corso di una discussione con lord Halifax: «Io sono ben cosciente che gli esperti andranno probabilmente ad attaccare tali asserzioni con il più grande entusiasmo. Tuttavia, io sono giunto a capire che tutto quello che mi è stato insegnato all’università sotto il nome di economia da degli esperti in materia si è rivelato totalmente falso!»

Dal suo arrivo alla Casa Bianca, Roosevelt fa passare una serie di leggi antispeculative e, nello spazio di qualche sola settimana, egli infrange il potere delle banche e organizza una politica di crediti pubblici finanziando dei grandi progetti infrastrutturali in tutto il paese. Non avendo potuto eliminarlo, le banche sono obbligate a collaborare al suo New Deal. Per confutare una delle numerose idee false legate a questo «miracolo economico», bisogna precisare che lo sforzo di guerra non sarà ingaggiato che a partire dal secondo mandato di Roosevelt, cioè 1937-1941. In altre parole, non è la guerra che rimisein piedi l’economia americana, ma è la riuscita dell’impulso economico lanciato da Roosevelt, ispirato al sistema americano di economia politica, cha permise lo sforzo bellico, e da lì, la vittoria contro il nazismo! Come suo figlio, Elliot Roosevelt, indica nella biografia intitolata As he saw it (Come la vedeva lui), Roosevelt aveva intenzione di organizzare un New Deal mondiale, dopo la guerra, cioè una decolonizzazione del mondo e uno sviluppo economico generale. La sua morte prematura impedì che questo progetto si realizzasse.

Dalla morte di Roosevelt, e senza considerare la breve presidenza Kennedy, gli Stati Uniti conoscono un declino economico e culturale che fa risorgere lo spettro della Grande Depressione, solo che essa questa volta investe l’insieme del pianeta. Tuttavia, il progetto di sviluppo economico mondiale che sognava Roosevelt è ancora vivo. All’interno del Partito democratico, esiste una fazione fortemente ancorata nella tradizione rooseveltiana, guidata dall’economista Lyndon LaRouche. Per uscire dalla crisi attuale, ecco ciò che egli sostiene: «Nella sostanza, la mia filosofia economica si riassume come segue: gli Stati Uniti devono tornare al Sistema americano di economia politica, quello stabilito dal Presidente George Washington ed elaborato dal segretario al Tesoro Alexander Hamilton nei tre celebri rapporti al Congresso concernenti il credito nazionale, la banca nazionale e le manifatture. Ciò vuol dire la fine del “libero scambio”, della “deregulation” e del “monetarismo” cari ad Adam Smith. Ciò vuol dire la promozione degli investimenti ad alta intensità di capitale in vista di progressi tecnologici rapidi. Ciò vuol dire la disponibilità di credito a buon mercato per investire in questi settori e vantaggi fiscali generati dagli investimenti corrispondenti. Ciò vuol dire un vasto programma di rinnovamento e miglioramento delle infrastrutture della nazione e la rimessa in moto del sistema scolastico e di quello della sanità. […]”

Certuni, come direbbe Roosevelt, attaccano «tali asserzioni con il più grande entusiasmo». Nondimeno, le proposte di LaRouche di riorganizzare il sistema monetario internazionale – una nuova Bretton Woods – e di grandi progetti infrastrutturali – il Ponte terrestre eurasiatico – sono oggi discussi ai più alti livelli in paesi come la Russia, l’India, la Cina, la Turchia, l’Italia e molti altri. In Italia, per esempio, nell’aprile 2005 il Parlamento ha votato in grande maggioranza una mozione a favore di una nuova Bretton Woods, fedele ai contenuti della proposta larouchiana.

Tuttavia, la speranza di fare rivivere questa tradizione economica risiede principalmente in un movimento giovanile che LaRouche ha lanciato negli Stati Uniti e che si sta estendendo anche in Europa. La sua particolarità è di essere stato concepito come una «università ambulante», legando l’azione politica allo studio in profondità della storia, della scienza e dell’arte. Questi giovani, che saranno i leaders di domani, assomigliano molto ai giovani rivoluzionari americani che attorniavano un altro giovane di 80 anni – Benjamin Franklin.

– Articolo tratto da «Fusion» n. 97 – settembre – ottobre 2003

fonte: http://www.signoraggio.it/index.php/archivio-news/345-movisolorg-lautentico-sistema-americano-di-economia-politica-contro-il-libero-scambio.html